The Nutter

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01 – Endless Reverie – Azam Ali (Банко де гама ремикс – оригинална версија)

 The nutter (Лудак).

shiva.gifIl caldo è asfissiante.
Opaco.
Un caldo pieno.
Quasi morboso.
Talmente intenso che a momenti manca il fiato. I finestrini sono abbassati per far passare un po’ d’aria e l’unico suono che arriva alle orecchie è il frinire senza sosta dei grilli nascosti nell’erba.
     Certo, non è il massimo della sicurezza andare per campi, in pieno giorno. Qualcuno potrebbe vederci, anche se tutto sommato qui siamo abbastanza riparati. Ho parcheggiato il fuoristrada sotto un pioppeto molto fitto, cosi fitto da bloccare perfino i raggi del sole. Ma non il caldo, quello no. Il caldo passa, filtra tra una fronda e l’altra, avvolge ogni cosa… e si fa sentire in tutta la sua statica opprimenza. Però non ci sono alternative. Se vogliamo stare lontani da tutto e da tutti, questa è l’unica possibilità. Via dalla città e dal suo casino, ma soprattutto via da occhi indiscreti.
     Il deflettore sembra un grande schermo televisivo. E quello che scorgo attraverso il cristallo sembra la scena di un film. Una strana scena ambientata nel bel mezzo di una campagna sconfinata. Una delle tante dell’alto padovano. Una scena girata in pieno giorno, sotto il sole cocente, con un caldo estenuante… Ah, se ci fosse un telecomando… Se solo potessi schiacciare un pulsante per cambiare scena… lo schiaccerei subito! Sceglierei senza dubbio un’ambientazione notturna, di sicuro più arieggiata, più fresca… Se non altro più comoda. Sfortunatamente però nei paraggi non ci sono telecomandi e tantomeno pulsanti, così quella di cambiare scena resta solo una delle troppe idee bizzarre che da sempre affollano la mia mente, quindi… tanto vale accontentarsi di quel po’ di riservatezza che solo l’abitacolo e le fronde bianche di questo pioppeto, sono in grado di garantire.

Ehi Micaela… se ripenso a stamattina… che casino di situazione!
     Una situazione del cazzo. Proprio così. Come del cazzo erano le facce di quegli imbecilli del centro sociale che sfilavano in corteo. Con le loro bandiere e i loro slogan. Li ho visti avanzare verso di me: loro da una parte, io dall’altra. Contrapposti, antitetici. Antagonisti. Ancora una volta faccia a faccia, per suggellare l’eterno odio che da sempre ci tiene ben divisi. Solo che stavolta io ero da solo, loro in tanti. Tantissimi, troppi! Un mare di gente. Io, invece, solo contro tutti. Per sentire ancora una volta scorrere il sangue nelle vene.
     Solo contro tutti, per farmi anestetizzare dalla paura. Per esorcizzarla. Per darle un senso e sentirmi vivo, concreto, con i piedi per terra. Uno contro cento per provare ancora una volta, l’ennesima volta, quel senso di mancamento, di distacco dalla realtà, di vaneggiamento che inizia nell’esatto momento in cui ti rendi conto che il dado è tratto e oramai non puoi più tornare indietro. Mentre la situazione precipita alla velocità della luce. A quel punto l’adrenalina scorre veloce, abbondante fino a raggiungere gli angoli più remoti del corpo. E in pochi istanti provi quel senso di rincretinimento totale che neanche la droga migliore ti ha mai saputo dare. Ecco allora che la realtà diventa della stessa consistenza di un sogno. E tutto quello che succede intorno assume le sembianze di tanti fotogrammi impazziti che si susseguono uno dietro l’altro in modo veloce ma essenziale, sfrondato di tutti i dettagli inutili che in quel momento non servirebbero a nulla se non a peggiorare ulteriormente la situazione. Istinto di sopravvivenza allo stato puro, credo si chiami in questo modo. Ed è proprio così che è stato poco meno di due ore fa, un susseguirsi nervoso di tanti fotogrammi annebbiati: la saliva che ho faticato ad ingoiare, i pugni che hanno iniziato a volare, il megafono che ho brandito come sfollagente e scaraventato addosso alla folla, le facce inferocite, le imprecazioni, gli spintoni, i calci, le sberle, le tante sberle date e le troppe percosse prese. E poi l’arrivo della Polizia, le manganellate sulla mia schiena, l’asfalto a meno di due millimetri dalla mia faccia, l’odore del bitume che mi saturava le narici, i calci sul costato, i sensi che se ne stavano per andare per i cazzi loro. E ad un certo punto tu! Sbucata da chissà dove, venuta fuori dal nulla. I tuoi anfibi rosso bordeaux, il loro infrangersi sullo stinco del celerino, con forza, con rabbia, una, due, tre volte, e poi il suo ondeggiare nel vuoto costellato di bestemmie. La tua mano che mi strappava via dall’asfalto, e mi tirava su quasi di peso, un attimo prima che il bestione in tenuta anti-sommossa mi rovinasse addosso. Lo schiaffo sulla guancia che mi hai dato per svegliarmi, per farmi tornare in me, per farmi reagire…  E poi via di corsa. Uno dietro l’altra, senza perdere nemmeno un secondo di più dentro quel mare di stronzi e di merda. Via attraverso i portici e le gallerie del centro con tutto il fiato che avevamo a disposizione, con tutte le forze che ancora ci erano rimaste; veloci come il vento. Mentre dietro di noi rimbombavano i passi concitati di altri poliziotti, sempre più vicini… le loro voci, secche, gutturali, sembravano latrati di cani inferociti. Lo ricordo ancora bene. Ricordo tutto di quei momenti, nonostante la tensione, nonostante la paura.
     E poi ancora il bar nel quale abbiamo trovato riparo… gli sguardi contrariati della cameriera alla vista del sangue che usciva dal mio labbro rotto…
     I tuoi Jeans stretti, aderenti alle gambe quasi come una seconda pelle…
     I tuoi capelli neri e dritti, raccolti a coda di cavallo… il colore dei tuoi occhi, il suono della tua voce…
     Il tuo profumo.
     Il mio provarci subito, all’istante, senza perdere nemmeno un secondo di più, con la stessa incoscienza di chi è abituato ad osare sempre, in qualsiasi situazione, anche la più critica. Con la stessa naturalezza con la quale stavo bevendo il caffè, come se fino a quel momento non fosse successo nulla di grave. Mentre fuori, a poche centinaia di metri, impazzava il finimondo. E poi la tua reticenza… la tua indecisione, la tua titubanza, che nonostante le apparenze era niente in confronto alla mia… le difficoltà incredibili per convincerti a venire via con me, a salire in macchina con la scusa di trovare un posto più tranquillo. E pensare che ad un certo punto stavo quasi per gettare la spugna… Ancora un ‘no’ e mi sarei arreso, ti avrei lasciata andare per la tua strada, invece… Invece no. Io non mi sono arreso e tu non te ne sei andata per la tua strada. Piuttosto sei salita sulla mia macchina, abbiamo cercato un posto più tranquillo e alla fine l’abbiamo trovato. E ora siamo qui… vicini…
     Sempre più vicini…
     Faccia a faccia…
     Tra le mie labbra e le tue non potrebbe passare una farfalla.
     I nostri sguardi non si staccherebbero nemmeno se sotto di noi esplodesse una bomba.
     Chiudo gli occhi. Ti bacio.
     Sento la tua mano accarezzarmi, avverto il calore della tua pelle sulla mia. I miei sensi si acutizzano, si tendono. Un improvviso senso di angustia mi pervade. Vorrei essere da qualche altra parte, magari su di un letto, o un divano… comunque qualsiasi altro posto ma non qui, immerso nell’afa più totale. Però mi rendo conto che ciò non è possibile. Sono a circa quaranta chilometri da casa e di mettere in moto la macchina per raggiungerla non ci penso nemmeno. L’imprevisto va vissuto tutto, fino in fondo, bello o brutto che sia. Prendere o lasciare. No, non è un miraggio, non lo è affatto, questa è la realtà, in tutta la sua consistenza, con tutta la sua concretezza, quindi… prendere o lasciare.

vishnu-painting2.jpgIl caldo è asfissiante.
Opaco.
Un caldo pieno.
Quasi morboso.
Talmente intenso che a momenti manca il fiato. I finestrini sono abbassati per far passare un po’ d’aria e l’unico suono che arriva alle orecchie è il frinire senza sosta dei grilli nascosti nell’erba.
     La tua bocca si stacca piano dalla mia.
Apro gli occhi. Mi guardi. Piano accarezzi la mia pelle nuda. La tua mano… le tue dita… il mio sesso. Turgido e duro, pieno di vene.
     È un attimo, quasi non me ne rendo conto…
     Lo chiudi nel pugno, lo scorri, lo accarezzi, più volte lo sfiori altre lo stringi, mentre una vera e propria esplosione di sensazioni mi percorre dalla testa ai piedi. Il palmo scivola dolce verso il basso, poi si alza. Poi scende ancora, ma piano, stavolta più piano. Lieve quasi fosse una carezza fine e leggera. Eterea. Le dita allentano la pressione… Un rapido movimento verso l’alto e poi… giù di nuovo, veloce e decisa, fino a scappellarlo del tutto, lasciandolo in mostra in tutto il suo splendore, in tutta la sua congestione… No, non è affatto una sintomatologia complessa per essere valutata.
     Chiudo di nuovo gli occhi.
     I minuti scorrono lenti. Sembrano ore. Ore che vorrei avere a disposizione, magari in un posto diverso. Più ampio, più spazioso… più comodo. E di sicuro più fresco! Ma non è possibile, questo è tutto ciò che abbiamo. E di questo ci dobbiamo accontentare, e viverlo in fretta, con la passione bruciante che solo il senso del rischio sa amplificare.

Ti abbassi. Lo sfiori appena con le labbra.
     La tua lingua inizia a scorrere su e giù. Accarezza, lambisce. Il rumore della saliva mi fa impazzire.
     Ti soffermi sulla cappella, poi riprendi. Lieve, ma quanto basta per scuotermi ad ogni tocco.
     Sublime sensazione. Ti mormoro qualche cosa all’orecchio… però non capisco nemmeno io che cosa. Il livello di eccitazione è così alto che non mi rendo neanche conto del significato delle parole che pronuncio.
     Alterni la lingua alla bocca, inumidendo di continuo la pelle e rischiando così di farmi venire. Vorrei dirti di andare più piano, di fermarti. Ma non serve parlare. Sembra quasi che tu mi conosca fin troppo bene, anche se in realtà sai solo leggere le espressioni estasiate del mio volto, tirato come una candela. Ecco allora che nel preciso istante in cui sto per venire, rallenti. Lo afferri di nuovo con la mano e abbassi la pelle verso il basso, del tutto. Fino in fondo.

Mi sfilo la T-Shirt, la butto nel cassone dietro.
     Tolgo pure i pantaloni… ma sì, dai! Chi se ne frega se arriva qualcuno! Oramai sono in gioco!
     Tu intanto non perdi tempo. Lo riprendi duro tra le dita e inizi a masturbarmi velocemente, in maniera quasi frenetica. Poi ti abbassi di nuovo e te lo infili in bocca. Lo sento indurirsi sempre di più tra le tue labbra.
     Mi guardi… maliziosa.
     Avverto il tuo respiro affannoso sulla mia carne.

krsna400.jpgIl caldo è asfissiante.
Opaco.
Un caldo pieno.
Quasi morboso.
Talmente intenso che a momenti manca il fiato. I finestrini sono abbassati per far passare un po’ d’aria e l’unico suono che arriva alle orecchie è il frinire senza sosta dei grilli nascosti nell’erba.
     Ti fermi e ti sollevi un po’.
     Togli l’elastico che teneva raccolti i capelli. Li sciogli, scuoti la testa e la reclini indietro lasciandoli cadere lunghi sulle spalle. Un fresco profumo di balsamo riempie le narici.
     Ti bacio sul collo. Il respiro ti fa sobbalzare.
     Sali sulle mie ginocchia e con tutte e due le mani afferri il pene, guidandolo lentamente dentro di te. Non del tutto, solo appena oltre le labbra. Cerchi di sollevarti, appoggiando le mani dietro, sul cruscotto. Ci provi in tutti i modi, ma purtroppo le dimensioni dell’abitacolo sono quelle che sono e allora, tra  mille difficoltà lo estrai appena, poi ti riabbassi veloce… impalandoti.
     Un brivido mi percorre dalla testa ai piedi.
     Continui così per molte volte, aumentando via via la velocità.
     E’ come se il mio corpo fosse attraversato di continuo da scosse elettriche che aumentano di intensità ad ogni nuova battuta della tua pelle sulla mia. Il tuo ventre stringe il membro, e con esso stringe pure me, il mio essere, il mio spirito. La mia volontà. Ora, in questo preciso istante, non potrei mai staccarmi da te, per nulla al mondo. Per nessuna motivazione.
     Le scosse diventano lampi.
     E i lampi in breve si trasformano in fulmini.
     Fulmini che elettrizzano l’aria, al punto di avvertire l’odore di statica che normalmente li accompagna.
     Gocce del tuo sudore cadono su di me. Mi eccito.
     Le forze via via mi abbandonano, a cominciare dalle spalle per proseguire sempre più giù.
     Più in basso, nell’addome. E terminare nelle gambe.
     Mi sento formicolare dappertutto, proprio come prima, come due ore fa in centro… ma stavolta la causa è diversa. Anche se l’effetto… no. L’effetto è identico: stesso stordimento,  stessa sensazione di distacco dalla realtà.

Le tue mani sono appoggiate sul mio petto. Il piacere ti fa affondare le unghie nella pelle, ma non sento dolore, anestetizzato e rapito come sono dalla tua passione.
     A fatica riesco ad afferrarti natiche. Le accarezzo piano, poi le stringo con maggior vigore.
     La cosa ti piace.
     Rovesci la testa all’indietro e cominci ad ansimare di piacere, sempre più forte, come non ho mai sentito fare a nessun’altra.
     Il movimento del tuo bacino è regolare, scende e risale senza sosta.
     Stai quasi per venire.
     Acceleri. Sempre di più.
     Torno a chiudere gli occhi e abbandono del tutto qualsiasi altro pensiero. Sono pronto per portarti all’orgasmo. Così inizio ad accarezzarti le cosce, i fianchi, la schiena, il collo, le orecchie… il piacere sta crescendo dentro di te, mentre le mie mani attraversano i tuoi capelli neri, dritti. Lunghi.
     Ti lasci andare.
     Ti rilassi.
     Cedi; alla fine cedi.
     La tua lingua sfiora le mie labbra per inumidirle, si sposta con movimenti morbidi, ma allo stesso tempo veloci. Sempre più veloci…
     Poi tutto si consuma in un attimo.
     Improvvisa e inaspettata arriva l’esplosione.
     Così alla fine…
     Godi.
     Interminabili perle di sudore cadono sulla  mia pelle mentre tu, ignara di tutto e di tutti, vivi appieno un orgasmo sublime, intenso, lungo.
     Il continuo ansimare mi procura puro piacere.
     Sento il membro stantuffare dentro di te morbidamente.
     Riesco a sfilarlo appena in tempo. Lunghi getti di sperma finiscono sul tuo ventre piattissimo. Altri cadono molli sulla mia pancia.

Il caldo è asfissiante.
Opaco.
Un caldo pieno.
Quasi morboso.
Talmente intenso che a momenti manca il fiato. I finestrini sono abbassati per far passare un po’ d’aria e l’unico suono che arriva alle orecchie è il frinire senza sosta dei grilli nascosti nell’erba.

     Ma anche lo stornire delle fronde dei pioppi bianchi mosse appena da una leggera brezza. Il loro rumore è simile a quello della pioggia…

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Bestemmiatore.exe

Dio Boea!!! Era ora!!!

Riporto integralmente il post così come pubblicato su

www.Porcamadonna.com,

sperando di fare cosa utile a chiunque.

 

                                         

 

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